Scheda Autore n. 37 - Rossana Carturan
Flash sulla poetica di Rossana Carturan
L’Autrice traccia un itinerario di cui ogni lirica testimonia momenti e moventi che ne attivano la naturale propensione al non agevole compito di veicolarli mediante la parola. L’efficacia dell’esito poetico stimola il lettore e lo rende partecipe grazie al gioco, in cui bene si destreggia, di leve evocative ed effetti-alone. Attinge al mare esistenziale misurandosi con l’intrico di memorie, domande e riflessioni su se stessa e sull’altro da sé, senza arrendersi all’indicibile; tant’è che la sostanza poetica si arricchisce di ricerca sul modo in cui rivestire l’impulso nativo immateriale con la fisicità della parola i cui limiti possono ridurne il significato di fondo o quelli correlabili, se non si procede ad accurate scelte lessicali che, in questo caso, sono una costante.
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Gran parte delle liriche dell’Autrice sono percorse da un acuto e vibrante "sentimento del tempo", considerato in tutta la sua estensione - da quello trascorso, che la leva memoriale evoca, allo sfuggente presente e all’indecifrabile futuro - ed interiormente assimilato, con incisiva metafora, in "difettosa.io." (*), a l’elastico che pungola il domani / trattenendo / o togliendo la vita / all’ansimare del tempo.
Quel che è stato lascia impronte che molto spesso stridono con quel che è, come quando sulle rughe iniziate / la cera scarabocchia la bellezza / nel diritto avanzato dal tempo (in "tratto in specchio") oppure quando fanno buio / i deserti differenziati dal passo / lungo e vecchio di chi ha / più anni del ricordo (in "Ricorsi") o, ancora, se il pensiero corre dolorosamente a borgo pio / dove le bombe nun erano farfalle der pincio / che te svolazzeno su la testa senza fa' rumore, in "Via Tasso 1944" che, tra l’altro, evidenzia la versatilità espressiva di Rossana anche in vernacolo.
Per quel che sarà, invece, si avverte nei versi un’ansia costante: mai attenuata, neppure formulando aspettative "In nome di Dio" perché Il prezzo del futuro / avrà di resto / singhiozzi di ovvietà; o momentaneamente rimossa, in "Tregua", soltanto da sogni improbabili - Se il tempo fosse la mia libertà e, quindi, mio compagno /.../ gocciolerei le ansie / e di profilo leggerei il futuro - tant’è che, in "semplicemente", l’incipit (mi chiedo / come dove e quando / il tempo / abbia difeso la sua fine) e la chiusa (annaspo sul caso / e nuda di giorni / mi dico / avanzo e scopro // e poi passo la mano) segnano la tormentata via del vaticinio impossibile, ripercorsa sia in "andare", tra incertezze / di traverso al domandare / senza capire l'identità, sia in "delirando aggettivi" mentre giunge Salato / il conto della fine / che consuma miraggi / e solletica pozzi / vertebrando / l’altalena del dubbio.
E le percezioni del poeta, pur nella loro varietà, rivelano quanto fosse fondato il monito del filosofo del linguaggio: "Non si possono costruire le nuvole. Per questo il futuro non diventa mai vero" (Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi).
Nulla di buono o ben poco, del resto, lasciano presagire o segnali che attraversano la quotidianità e che di per sé appaiono connaturati alla condizione esistenziale.
In quei segnali, che Rossana scruta attenta e annota in versi, trova qualche positività, sia concreta - quando cerca quel senso giusto di parole / che quieta e stupisce / quando pronunci / saremo. / senza più cambiare (in "Nel sonno di San Pietroburgo") o quando, "di notte.", cola il silenzio / tra le coperte azzurre / e in un centimetro di cecità / cala l'avvenenza - sia soltanto desiderata, stando in un castigo / appiccicato di ricordi / tra vesti nere e croci (in "senza titolo.") o scoprendo che è partigiano il mal d’amore / in cattivo stato / geme / spiando le ragioni del capire / come e quando / ci sia una rotta, in "Se d’amore fosse poesia" (*).
Agli occhi dell’Autrice si rivelano sovrabbondanti, fin troppo, le negatività: ora rendendosi conto di avere più o meno tre cieli sicuri / che tra filari di cipressi sempre un po' piegati / spettinano arcobaleni raggrinziti //...// ché qui si muore tra pietosi uncini, in "Giro di vite"; ora osservando un cielo atrofizzato / dai tagli del sole, in "inganno. a mani nude. (perché è giusto così)"; ora ascoltando parole imbevute di buio / colpi impiccati al quotidiano, in "di ragazze. sciacquio di malaffare."; ora amareggiata perché non è poesia ciò che si rimanda / solo mostri di quartiere, in "LATINA", che è la città in cui vive ed accentua l’amarezza; eppure tutto questo non l’abbatte, anzi Vorrei sedermi sulla riva di una luna impacciata / spiarne l’incertezza e chiederle se ha bisogno di me, in "vorrei.ma che importa." (*).
A Rossana, sopravvissuta alla sua traversata del deserto del tempo, e di certo proprio per questo, non resta che una sconfortante "cognizione de dolore": ne passa in rassegna tutte le forme possibili, numerosissime, che vengono all’infinito / a nascondermi la notte / a mentirmi il giorno, in "ci sono."; ne avverte le fitte come da un chiodo a tenermi dritta / a sfondare spossatezza / amica di ogni maledizione, in "Tagli"; ne percorre la via crucis nelle cinque "stazioni" di "I.II.III.IV.V.", dove Il dolore è l’arcano / che rassegna il tempo / che non dimette il futuro.
Questa incomprensibilità le consente però di non cedere alla rassegnazione, ben sapendo che a chi si arrese tutto era invece chiaro: "Arcano è tutto / fuor che il nostro dolor" (Giacomo Leopardi, Ultimo canto di Saffo).
E, se Rossana resiste, è perché cede (e fa bene!) soltanto alla poesia, per la triplice consapevolezza, che emerge dai suoi versi: di avere tra le dita il traffico illecito / di parole scritte a macchina /.../ spigolando pezzi di attimi //...// scoprendo che l’abbondanza / non inchiostra la miseria, in "puntoesclamativo"; di voler boicottare l'articolo / prima del sostantivo / seppellendo (o forse no) / i comparativi del sapere, in "anidride carbonica in sillabe"; di poter in definitiva, in "Trivio", acquisire la ragione di Voltaire. // Beati i poeti / senza polvere / senza fatti da annegare / a sentire l'odore del qualunque.
RAIMONDO VENTURIELLO